“I femminicidi sono in continuo aumento e, di conseguenza, anche il numero dei ragazzi rimasti improvvisamente soli. Un dramma nel dramma intorno al quale non c’è ancora la giusta attenzione”. Roberta Beolchi è la presidente di Edela, Associazione nata a sostegno degli orfani di femminicidio. “Gli orfani di femminicidio vivono diversi traumi: il più grande è naturalmente quello di diventare orfani di madre, uccisa, e padre, in carcere o suicida. In più perdono il contatto fisico con la casa e i loro oggetti, finiti sotto sequestro. Un terremoto per le loro vite, che sono attraversate anche dal trauma della guerra, e quindi dal sangue, l’orrore, la paura di essere uccisi”.

Edela cosa fa per provare ad aiutare chi resta dopo la tragedia?

Il supporto psicologico è sicuramente il primo tassello della nostra azione. Il servizio garantito in questi casi dall’Asl, spesso consistente in poche ore settimanali, non è quasi mai sufficiente, sia per i ragazzi che per le famiglie, in genere nonni e parenti, che li accolgono. La maggior parte di questi ragazzini non provengono da famiglie benestanti e la terapia da uno psicologo non la possono sostenere. A volte si rivolgono a Edela anche per avere pareri legali. Non hanno nemmeno l’esenzione dai farmaci e non hanno corsie preferenziali per la ricerca di un lavoro quando arrivano alla maturità. Ecco perché con la nostra Associazione cerchiamo anche di dare un contributo più in prospettiva. Questi ragazzi devono studiare e formarsi nel migliore dei modi, i loro sogni non vanno spezzati. La cultura è sinonimo di libertà e crescita.

Se la sente di raccontare qualche storia.

Non posso non pensare a Caterina, la prima ragazzina che abbiamo aiutato e che mi ha proiettato in mondo fatto di dolore e sofferenza, ma anche di vite da salvare. Come quella di Carmine Ammirati, orfano quando aveva 12 anni, che ha voluto scrivere da adulto un libro con l’introduzione del ministro Mara Carfagna in cui, attraverso un monologo, ricostruisce i ricordi della madre, riappropriandosene. Un percorso lungo e doloroso, che lo ha aiutato a trovare la sua strada.

Come vi finanziate?

Il denaro arriva da una rete di benefattori, amiche o amici che hanno capito quanto sia atroce la situazione di questi ragazzini. Una rete di solidarietà che ci consente di aiutare una trentina di ragazzi.

Lo Stato fa la sua parte?

Si parla da tempo di una legge e di coperture finanziarie. Il sostegno dello Stato per lo studio, la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro degli orfani è approdato lo scorso luglio in Gazzetta ufficiale. Sono stati anche fissati i criteri per l’erogazione dei fondi previsti già nella legge di Bilancio 2017, ma si tratta davvero di poca roba, alla quale molte famiglie, per la complessità delle procedure, rinunciano. Ma è chiaro che Edela non può sostituirsi allo Stato che dovrebbe garantire un’indennità subito dopo la morte della madre. Lo Stato dovrebbe garantire quantomeno il sostentamento minimo, noi dovremmo essere il valore aggiunto.

E invece?

Purtroppo non va così, i ragazzi e le famiglie affidatarie sono spesso lasciati soli, abbandonati al proprio destino.

Ma quanti sono gli orfani di femminicidio in Italia?

Secondo l’Istat sono oltre 2500, ma è un dato complessivo, non scorporato per regione né, tantomeno, per provincia. Si naviga a vista: andrebbe istituito un albo nazionale, credo sia il primo passo per prendersi davvero cura di queste vite.

I femminicidi sono giustamente da tempo al centro dell’attenzione, anche mediatica, eppure i casi continuano ad aumentare.

E’ vero, ecco perché crediamo che vadano definite politiche mirate, misure straordinarie. Mi sembra evidente che quello che è stato fatto fino ad oggi non è sufficiente, non può bastare. I femminicidi, e il futuro di questi ragazzi, hanno bisogno di un altro livello di attenzione, a partire dalla prevenzione.

Il numero delle denunce è in aumento?

Sicuramente più del passato, ma è importante tenere ben presente che, una volta denunciato il marito o il compagno, la donna si è esposta, e bisogna quindi concentrarsi sugli uomini, ma non per punirli ma per coinvolgerli in percorsi psicologici di recupero. Non di rado si tratta di persone cha hanno subito a loro volta violenza in passato, e fanno fatica a distinguere tra il bene e il male.

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